AUTORITÀ E AUTONOMIA, RIGORE E GRAZIA

Un altro argomento dal suono vagamente tradizionalista è quello relativo all’autorità . Nonostante il discredito che trent’anni di critica radicale ha gettato su padri e maestri, chi ha bisogno di essere educato ha bisogno di un’autorità.

E’ stato detto che l’identità dell’uomo moderno passa attraverso l’omicidio simbolico del padre. Ma senza padri non si è più liberi, si è semplicemente più soli. Così, senza maestri, senza l’autorevolezza del maestro che genera ammirazione,senza modelli è più difficile crescere e divenire adulti. Con questa aggiunta però: il fine dell’educazione è di imparare a fare a meno dell’autorità . Infatti l’unica disciplina che valga veramente la pena di essere appresa è quella che non deve essere imposta. Autonomia, darsi una legge. Perché l’insegnante è colui – come ci ha insegnato la Montessori e ci ha ricordato recentemente Bruner – che ci aiuta a fare le cose per proprio conto, colui che ci aiuta a fare da soli. Connesso al problema dell’autorità c’è quello del rigore e della grazia. Educare è esigere: da se stessi e dagli altri, il che significa anche aspettarsi il meglio, e sempre di più , e questa è un’attesa motivante. Aspettarsi l’ottimo come se fosse ovvio, diceva Nietzsche della buona scuola. Esigere è anche dire “no, non ancora, non è questo che voglio, non basta”. Oggi ci si scontra con una incapacità piuttosto generalizzata da parte degli adulti, genitori e insegnanti, a dire “no”, di porre dei limiti. Non dicendo no al momento giusto rischiamo di sottrarre possibilità e risorse a noi stessi e ai nostri allievi; ci limitiamo troppo non esercitando i nostri muscoli emotivi. Come scrive A. Phillips, un “no” non è necessariamente un rifiuto dell’altro o una prevaricazione, ma può invece dimostrare la fiducia nella sua forza e nelle sue capacità . Può voler dire “non sei ancora all’altezza di quello che puoi essere o divenire!”. Un vero rapporto, compreso anche il rapporto educativo, implica frustrazione, lotta e odio, oltre che conforto, armonia e amore. Così come il ritrovare la calma dopo un momento di disarmonia. Una capacità che dobbiamo tutti imparare è quella di gestire emozioni e conflitti forti. Un aspetto importante dei limiti è che aiutano a sviluppare le nostre risorse. La frustrazione stimola il bambino a fare uso delle proprie risorse, purché naturalmente il “no” sia ragionevole e non generi disperazione, osserva ancora la Phillips.

Ma, assieme al rigore, ci deve essere un valore che faccia da contrappeso ed è la leggerezza, la grazia. In questo equilibrio tra autonomia e autorità , tra rigore e grazia sta gran parte del talento di un insegnante. Sono necessari entrambi per affrontare “l’enigma della relazione educativa” che è naturale ma non spontanea, ed ha bisogno probabilmente di uno sforzo iniziale, di una piccola forzatura, di una piccola violenza, quella stessa piccola violenza che fa girare verso la luce il volto dei prigionieri incatenati nella caverna platonica. Educare è far credito: avere fiducia nelle capacità , nelle guide interiori dei bambini, nelle vocazioni piccole e grandi degli adolescenti. Non si può essere insegnanti senza essere ottimisti nei confronti degli allievi. Credere e suscitare la fede nell’uomo e nelle sue potenzialità di perfezionamento più che nel suo sviluppo generico. E questa componente fondamentale della “deontologia ” dell’insegnante mal si concilia con quella che abbiamo chiamato con lo IARD il “pessimismo etico”, forse il peggiore attributo per chi fa l’insegnante, perché chi ne è affetto lancia costantemente agli alunni un metamessaggio negativo che getta discredito sulle loro possibilità di farcela.

Educare è poi, da Platone in poi, sempre liberare. Rendere libero l’altro. Perché , come osservava Kierkegaard, “com’egli è libero per suo conto, così- penso – egli vuol rendere libero ognuno nel suo rapporto a lui”. Ecco allora che l’essere e il divenire si coniugano, l’essere libero del maestro, l’essere intellettualmente onesto, il nutrire autentico rispetto verso l’allievo, è anche il miglior presupposto per aiutarlo a divenire. L’esperienza grande dell’essere reso libero, esperienza insostituibile per diventare educatori, si trasmette.

Il maestro attrae e respinge insieme, attrarre senza tirare a sé è liberare. Liberare dalle catene interiori, dalla paura. “Che cosa vale la pena di essere insegnato?”, si chiedeva Reboul.

“Ciò che libera e ciò che unisce”, rispondeva. Quello che libera le vocazioni e nutre le intelligenze. Educare è portare al bivio, indicare le strade, non scegliere al posto dell’allievo. L’insegnamento indica la strada e il viaggio – osservava Plotino – ma la visione deve essere di colui che apprende. Se l’educazione è un viaggio, se la vita stessa è un viaggio fatto di incontri, l’incontro con un maestro è una tappa decisiva. Ma un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre ma come diceva Proust – avere un occhio nuovo. E questo è o un dono di natura oppure una conquista personale.

 

LA PASSIONE COME FORZA ANTICURRICULARE

Essere insegnanti, per divenire maestri? E’ un programma sostenibile? Chi è un maestro? Un padre che si sceglie.

Coloro che vengono chiamati maestri devono la loro autorità meno all’istituzione che a se stessi; il loro carisma è attinente meno alla loro funzione che alla loro persona; non li si subisce, li si segue.

Un maestro è qualcuno che insegna ciò che non si trova nei libri.

Il maestro è l’uomo il cui insegnamento mi libera e mi permette di essere me stesso.

Un maestro è colui che insegna la sua specialità e qualche altra cosa che è la sicurezza dei gesti e del pensiero, l’onestà ,il gusto, il desiderio di sapere, il coraggio di riflettere, l’attitudine a giudicare, l’orgoglio di essere un po’ più adulto e la gioia di disporre di se stesso. Il vero maestro è l’uomo che educa insegnando.

Un maestro ti aiuta a conquistare uno stile, ovvero il contrassegno di quello che sei in quello che fai. Possedendo e mostrando il suo ti aiuta a conquistare il tuo. I grandi maestri morti, quelli che E. Ducci chiamerebbe gli auctores, arano a fondo nel terreno dell’umano, sono primitivi e inattuali, non si gingillano con le cose senza peso, escono e fanno uscire dal quotidiano, non fermano quando li si incontra, né inducono a fare la loro strada, ma invogliano a cercare liberamente ognuno la sua e percorrerla.

L’insegnante trae dai suoi maestri tanto quanto trae da se stesso il combustibile che fa ardere la sua motivazione, trasformandosi in un motivatore motivato. E questo accade seguendo la tradizionale e semplice formula platonica che dice: si può insegnare bene solo ciò che si conosce e ciò che si ama. L’epistemologia presuppone l’epistemofilia.

Abbiamo visto la funzione cognitiva per cui la pedagogia è una scienza ma essa è anche un’arte – intendendo per arte la realizzazione di un sapere in un’azione – oltre ad una tecnica: essa comporta anche l’eros che è desiderio, piacere, amore. La passione è la madre del pensiero, l’emozione è la madre della conoscenza; la passione è una forza anticurriculare, non programmabile, piuttosto indocile e paradossale, eppure indispensabile. La si può programmare solo distruggendola. Ma là dove non c’è amore ci sono solo problemi di retribuzione e noia. Esiste oggi una concreta minaccia nei confronti della competenza simbolica degli adulti e degli insegnanti. Minaccia di azzeramento non solo verso la relazione docente ma anche verso molte relazioni sociali primarie che formano il tessuto sociale.

Questa è la posta in gioco reale dell’educazione scolastica, tra l’essere e il dover essere degli insegnanti. Recuperare la dimensione relazionale anche dei saperi significa, tra l’altro, pensare ad un secondo progetto umanistico che abbandoni la pretesa dell’autosufficienza dell’umanità nel suo divenire e sottolinei l’importanza della biosfera come dimensione esistenziale.

Per usare le formule care ad Heidegger, noi non siamo “padroni dell’ente”, caso mai siamo i “pastori dell’essere”.

Se ce ne dimenticheremo finiremo per diventare semplicemente i “luogotenenti del nulla”, anche nell’educazione.

Di nuovo l’essere, di nuovo il divenire. Alla fine, come sempre, tutto il discorso educativo si raccoglie in una sola certezza.

Se, da qualche parte, un bambino e un adulto, un adolescente ed i suoi genitori, un giovane e i suoi insegnanti, un allievo e il suo maestro, se essi si comprendono, se anche senza intendere si comprendono, il mondo non è più la stesso.

Se essi sono, il mondo cambia.

Raniero Regni

Professore associato di Pedagogia sociale

Facoltà di Scienze delta Formazione

LUMSA di Roma