“Parità di diritti e violenza di genere”

Queste saranno parole vergate per tutti, fruibili da grandi e piccoli. È un articolo che si prefigge di essere poco pretenzioso e di fungere da monito al fine di scuotere gli animi dei miei lettori. Giorno 23 Ottobre, all’Istituto di Istruzione Superiore F. La Cava di Bovalino, si è tenuta una conferenza su una delle tematiche più in auge dell’ultimo periodo: discriminazione e violenza di genere. Quante volte ci siamo interfacciati con le tipiche etichette che ci vengono attribuite? Noi donne, così accomodanti e remissive. Arrendevoli e affabili quanto basta per essere categorizzate come il “sesso debole”. E gli uomini, anche loro bistrattati da una società che li vorrebbe autorevoli, prevaricatori, detentori di una mascolinità esasperata. La nostra preside Caterina Autelitano ha dato inizio al convegno porgendo i saluti ai referenti presenti e ha esordito esponendo le sue personali considerazioni sul rapporto che intercorre tra uomo e donna e ha definito l’amore, riportando le parole del sociologo Francesco Alberoni come “fuoco e durata”. Questo implica che per ardere ha bisogno di passione, ma la fiamma del fuoco è effimera, labile e pertanto necessita di continuità e perseveranza per preservarsi nel tempo. E il pilastro di questa armonia è sostanzialmente il rispetto reciproco, in tutte le sue sfaccettature. Purtroppo, però, in una società patriarcale come la nostra, gli uomini sono quasi costretti ad interpretare un personaggio che non sempre li rispecchia. Sono indotti a calarsi nel ruolo dell’impavido guerriero, pur di non esporsi al vilipendio della società. Se sei uomo, non solo l’aggressività ti viene condonata, ma quasi richiesta! Questo continuo mettere sotto torchio, conduce inesorabilmente ad un abuso della propria virilità, che necessita di essere dirompente, chiassosa.  A tal proposito, innumerevoli sono i casi di angherie e sopraffazioni compiute dagli uomini al “gentil sesso”. Per quanto concerne l’aspetto tecnico e le misure da prendere in caso una donna fosse vittima di vessazioni, il Commissario Giuliano Lazzaro del Commissariato di Polizia di Bovalino e il Vice-Ispettore Patrizia Liguori hanno saputo essere esaustivi. Un cospicuo numero di casi di stalking imperversa alla TV e sui quotidiani, semina terrore e incrementa sfiducia e disistima nei confronti degli uomini. Spesso le donne non denunciano violenze e soprusi per paura; paura che il compagno che hanno affianco compia atti di dissennatezza. Si sentono inermi, indifese, non reclamano i propri diritti piombando nell’acquiescenza. Svariate donne non sono nemmeno consapevoli della situazione in cui si trovano. Gemono sulle loro condizioni, ma accettano passivamente di viverci. Talvolta sono vincolate dalla famiglia, altre si colpevolizzano degli atti scellerati compiuti dal marito. Non rimane che crogiolarsi nell’autocommiserazione. Ed è qui che è intervenuta l’avvocato Caterina Origlia, lanciando un appello a tutte le donne, esortandole,  anche coloro che avessero il minimo sentore che qualcosa non andasse in famiglia, di rivolgersi alle forze dell’ordine, di denunciare. Qualora la coppia di genitori avesse dei figli, questi verranno tutelati, ma soprattutto verrà salvaguardata la loro salute psicofisica. Inoltre, l’avvocato ha voluto rimarcare un aspetto inespugnabile dei diritti delle donne, la cultura. L’opportunità di studiare, di informarsi, di placare quella sete di di sapere che ci rende libere e non assoggettate a nessuno. Nella nostra costituzione democratica, la scuola è appannaggio di tutti e  noi dobbiamo essere indipendenti, non dover mai avere il sostegno economico di un uomo per poter provvedere al nostro sostentamento. Infine, la psicologa dello sportello antiviolenza del comune di Siderno Roberta Migneco e Deborah Cartisano, di “Libera Locride” hanno sollecitato il pubblico a svolgere un un importante lavoro di introspezione. “Amatevi” è stato lo appassionato consiglio della psicologa. Per secoli ci è stato introiettato un canone, un modello di perfezione auspicabile. Sono state inoltre proiettate delle immagini pubblicitarie in cui la donna viene mercificata, svilita, sottoposta al pubblico scherno ed anche il corpo dei bambini è soggetto ad un’ipersessualizzazione. Tutte quelle pubblicità nascondono un messaggio che lascia poco spazio a fraintendimenti e un dolore latente in tutte noi spettatrici. Ci vogliono esili, dai fisici macilenti, ma con le curve al punto giusto per essere “appetibili” sul mercato. Gli autori di queste campagne pubblicitarie fanno nascere in noi un bisogno ossessivo di bellezza, che se non appagato può generare depressione, irrequietezza, uno sgradevole senso di insoddisfazione e di futilità. Ci hanno insegnato che il rosa è da femminucce, il blu da maschietti. Le Barbie, le cucine giocattolo, i pony colorati sono patrimonio femminile. Il bambino, invece, sarà abile con i motori, i supereroi e la spade. Anzitutto, sono le grandi iniziative commerciali sono volte a convincerci che la bellezza si può possedere. La bellezza è ridotta a merce e la felicità che la bellezza può procurare è data dall’acquisto di quella merce. E tutto è permeato dall’ansia di non essere all’altezza. Di non essere belli, di non partecipare ad un mondo ricco, opulento, con il quale l’industria dei media ogni giorno ci seduce. Impariamo a capire che se uomo versa lacrime, non è debole e irrisoluto. Se una donna non ha reticenza nel parlare e farsi valere, se veste gonne o la tuta da lavoro, non viene meno al ruolo di donna. Si può essere mamme e donne in carriera, si può essere padri e metter ela lavatrice la domenica. Prima di autodefinirci, dobbiamo comprendere cosa vuol dire “essere umano”, un termine, secondo me, pregnante di significato. Solo così riusciremo a vivere in un mondo scevro da identificazioni, giudizi morali, etichette e discriminazione di genere.

Dalia Reale, IV C